[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
+ + + + + + +
Avevo conosciuto Leonardo Animali dodici anni fa. In quell’epoca, abitava a Fabriano ed era un attivo cittadino ed ecologista, faceva politica ed era stato assessore della sua città Jesi; ma ritrovandolo dopo tanti anni, leggo nel suo sguardo che diffusi giochi di potere e disamore imperante per la propria terra l’hanno reso più disilluso. E forse più concreto. Ora, organizza meno presentazioni di libri, e ritrova il sapore della vita guidando i visitatori tra le meraviglie della Grotta di Frasassi, una vera e propria città naturale scavata nella roccia. «Pensa che ci sono anche i geotritoni, salamandre simili ai protei che ritrovi nel Carso, un’endemismo unico che qui assume il colore della pietra scura» mi rivela a cena. Mi viene a prendere alla stazione di Genga, lassù, a cavallo tra Umbria e Marche, dove ora ha scelto di vivere. Siamo tra monti verdissimi, e per scendere nel Maceratese imboccheremo la stretta e profonda valle del Potenza. Tra uso dissennato dell’aria condizionata sul treno e temperature esterne nettamente sopra la media, ho la gola inaridita e un certo senso di vertigine. Quando glielo dico, si mette a sorridere: lui, ha scelto i 14°C delle Grotte, temperatura costante tutto l’anno, e il cambiamento climatico lo lascia alle schiere di negazionisti che ha incontrato in tutti questi anni. «Negazionisti e affaristi» precisa.
Nonostante le file di capannoni e magazzini dislocati lungo la strada, non riusciamo a trovare un solo e normale caffè aperto, e poco dopo San Severino, una delle cittadine colpite dal terremoto del 2016, ci infiliamo dunque nel bar di un distributore di benzina. «Di cosa vive la gente qui?» gli chiedo. E Leonardo mi parla di un modello in crisi, tradizionalmente a trazione manifatturiera, tra meccanica, elettrodomestico, arredamento, sanitario e moda, ma ormai sulla difensiva. «Te lo sai che solo negli ultimi 5-6 anni sono partiti dalle Marche ventimila under 35? E questi, una volta partiti, non tornano» e aggiunge «Ora, media e politici elogiano il nuovo polo logistico Amazon che aprirà a Jesi, e che ha promesso di assumere mille persone a tempo indeterminato. Il problema, però, è che siamo una Regione che ha smesso di investire in qualità del lavoro».
«E l’idea delle Marche come Eldorado di un turismo di qualità e non di massa?» chiedo io. «Puntare su una villeggiatura a misura d’uomo e del territorio è auspicabile, ma pretendere di fare concorrenza alla Toscana è un’illusione. Inoltre, pensi forse che sia possibile riconvertire tutto il personale del manifatturiero in gestori di B&B e ristoratori d’eccellenza?».
Una mezza piadina mi tira fuori dallo stato di stand-by energetico in cui mi trovavo, e Leonardo mi regala una prima storia esemplare: la proposta di legge “anti-kebab”, una misura presentata direttamente dallo stesso presidente Francesco Acquaroli e trasmessa qualche giorno fa dalla Giunta al Consiglio regionale in nome della tradizione, l’identità e il valore patrimoniale, manifatturiero, artistico e enograstronomico. I Comuni sono chiamati a favorire l’insediamento di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale che contribuiscano alla valorizzazione delle caratteristiche identitarie dei luoghi. Sono queste la parole dell’art. 4, delibera 793 del 22 giugno 2026. Compagno di merenda della sorella della Presidentessa del Consiglio dei Ministri, Acquaroli ha dato sapore alle istruzioni identitarie di Fratelli d’Italia. Quindi, meno kebab, meno sushi, meno nachos. Se fosse una questione di gusti, non mi spiacerebbe affatto, sempreché la legge produca i suoi effetti (l’Italia, fino a prova contraria, tutela il libero esercizio all’impresa privata). Preferisco i gusti locali, le vecchie ricette, i sapori dei miei nonni, la biodiversità rurale, le eccellenze del territorio. Preferisco la minestra di farro e la cicoria saltata in padella ai gamberetti thailandesi e ai fast-food turchi, e se devo andare al sushi, è perché me lo chiedono i miei figli, ed io devo sottostare a malincuore alla loro richiesta e metter mano al portafogli. Questa proposta di legge, però, è stata descritta come una misura per contrastare la desertificazione commerciale e l’omologazione dell’offerta, tutelando identità territoriali e produzioni locali; ma siamo sicuri che ci azzecchi? A mio modesto avviso, pare “’na trumpanata”, come direbbero da queste parti, perché ignora i fattori che hanno prosciugato il commercio di prossimità delle nostre città finora: la grande distribuzione, l’e-commerce, l’aumento dei prezzi, la gentrificazione dei quartieri storici, la carenza di servizi pubblici. E mi viene da pensare: ‘Che cavolo importa? La verità non esiste, si crea’.
Ecco finalmente Macerata, con i suoi palazzi di mattoni a vista, le sue tinte chiare e gli eleganti ed essenziali profili delle facciate rinascimentali. Parcheggiamo sotto le mura ed entriamo a piedi attraverso la trecentesca Porta del Convitto, e dopo pochi metri arriviamo alla libreria La Cicogna Triste, una libreria indipendente aperta un anno fa da un gruppo di giovani coraggiosi, che gestiscono a fianco un bar-caffè abitualmente frequentato dalla gioventù maceratese e studentesca. La libreria si è creata un suo pubblico invitando scrittori e attivisti, ed è luogo di incontro di collettivi come Le amare sibille, che lavora su diritti delle donne e LGBTQ+. Saremo in pochi alla presentazione, una decina, ma tutti giovani, a parte Leonardo e il sottoscritto. La prova del nove è che nessuno tra i presenti aveva sentito parlare di Paolo Dall’Oglio prima. Il tema del ricollegare le generazioni diventa d’improvviso la grande questione, ed è un tema difficile, perché le generazioni si parlano ormai poco. Quando mi si viene chiesto in quale dei protagonisti mi sono identificato nella stesura di questo libro, riconosco che avrei potuto essere Compagno se avessi avuto trent’anni in meno, ma anche che molti degli interrogativi e delle riflessioni che metto in bocca ad Ignacio hanno tormentato il sottoscritto. È forse in una rinnovata relazione tra vecchi e giovani che si possono rivitalizzare le radici di un collettivo movimento di riscatto salvifico, nel quale le generazioni avanti negli anni riconoscano di aver “fatto a pezzi il mondo”, consegnando alle generazioni future il fardello di un disordine da ricomporre, e quelle più giovani assumano l’onere e la sfida di agire per riparare natura e società, invece di rifugiarsi negli affari propri.
Uno di questi interrogativi è quello su cosa sia la bellezza, così caro a Leonardo. «Leggi quel brano, per cortesia» mi chiede:
«Ma allora, padre Ignacio, che cos’è la bellezza secondo te? È come una donna di sessant’anni, che ha tutto e ha dato tutto?».
Il padre sorride, mentre si fa una lavanda dei piedi per ristorarli dalla fatica, e senza guardare il giovane conferma: «In un certo senso sì, la bellezza è l’apoteosi della complessità, fatta di tanti piccoli dettagli che insieme sorprendono per il loro fascino di essere tante e una cosa sola allo stesso tempo. E una donna a quell’età, per essere stata figlia, amante, moglie o sorella, e sovente madre, è un mosaico vivente di tutte le esperienze della vita. La bellezza è la vita nella sua pienezza». […]
«Immagino… Ma forse ci siamo troppo allontanati dal tema della bellezza. Perché vedi, padre Ignacio, quanto mi fa maggiormente paura è il rischio di perdere ciò che ritieni di più bello, sia esso il legame con una persona, ma anche quello con la tua terra o con degli amici con cui condividi molte cose». […]
«Beh, ascolta questo: pare che a Bob Marley gli sia stato chiesto se esistesse una donna perfetta. E lui pare rispose: “Chi se ne frega della perfezione? Nemmeno la luna è perfetta, è piena di crateri. E il mare, così incredibilmente bello, è scuro e salato. Quindi, tutto ciò che è bello non è perfetto: è speciale”. Speciale per qualcuno».
«E se quanto è speciale per me viene distrutto o perduto?».
«Continua ad amarlo, perché così facendo continuerà a vivere, anche se non lo potrai vedere con gli occhi. E continuando a vivere, forse un giorno lo potrai di nuovo contemplare».
D’improvviso, una ragazza alza la mano e mi fulmina con una domanda affilata come un coltello, chiedendomi se sono d’accordo con Dostojevski quando dice che solo la bellezza salverà il mondo. «Beh, sì, cioè…» tentenno io, prima di ritrovare le parole adeguate: «Sì, se…».
Se la bellezza è ristabilire l’armonia devastata dall’illusione di abolire i limiti al consumo e all’arricchimento, se consiste nel fermare la tentazione del dominio, oppure nel mettere in discussione le ideologie che giustificano lo sfruttamento e le discriminazioni. In altre parole, quando scopriamo che ciò che è buono è veramente bello, che è bello quanto è anche buono. E per farlo, abbiamo bisogni di osservare, osservare la natura ad esempio, che è sovente maestra di vita. A Chernobil, gli scienziati hanno scoperto che, nella Exclusion Zone attorno alla centrale nucleare ancora contaminata dalla radioattività, la natura è riuscita a ricostituire da sola un livello di ricchezza biologica e biodiversità superiori a quello esistente prima dell’incidente del 1986, quando quelle terre erano sfruttate e abitate. La natura, dopo la catastrofe, ha ristabilito le condizioni per il rifiorire della vita, ha puntato sulla diversità e sull’interazione tra le specie ricostruendo armonia, ristabilendo gli scambi ecologici e generando bellezza.
E qui vorrei ricordare la seconda storiella (triste) di Leonardo, quella dei nove tigli. Lo scorso mese di febbraio, l’amministrazione di Fabriano ha tagliato sei di nove tigli storici per fare posto a una rotatoria. Invano Leonardo aveva cercato un dialogo tra Comune e il comitato civico a cui aderiva, che aveva mobilitato la popolazione per salvare quegli alberi secolari. La Giunta ha ascoltato con sufficienza le ragioni della popolazione e poi ha fatto l’esatto contrario: se non fosse stato per le denunce del comitato alla Sovrintendenza, li avrebbe anzi abbattutti tutti. A cose fatte, sapendo che il diavolo si nasconde nei dettagli, Leonardo è andato a spulciare tra gli atti amministrativi, ed ha scoperto che il Comune era già in possesso di un progetto fatto dall’amministrazione precedente, che avrebbe avuto un impatto ambientale considerevolmente inferiore, ma che era stato lasciato nei cassetti. All’arroganza di una democrazia sempre più svincolata dalla responsabilità di render conto alla comunità che governa, si aggiungeva la prepotenza degli interessi di parte: la progettazione della soluzione che porterà all’abbattimento dei tigli venne affidata a un professionista privato vicino alla maggioranza in Comune. Una storia esemplare, a cui potrei aggiungerne almeno una decina di mie, dirò poi a Leonardo mentre a cena insieme assaggio polpettine di patate e rape. Se solo quegli amministratori avessero avuto il senso del bello, non avrebbero tagliato degli alberi secolari, si sarebbero risparmiati di pagare una società esterna per fare un nuovo e innecessario progetto, avrebbero decentemente rappresentato il senso profondo dell’agire democratico, e si sarebbero attribuiti il merito di perseguire una soluzione alternativa per rendere il traffico più fluibile.
Ma viviamo in tempi in cui chiedere questo è così faticoso, che ti scoraggi. Ecco, di questo passaggio breve ma illuminante per Macerata, mi ricorderò della Cicogna Triste[1] – non poteva esserci nome più bello e più provocante per la nostra Italietta – e dei tigli che non ci sono più.
Gianluca Solera
[1] Dicono del nome gli amici della libreria su Instagram: il nome è un omaggio ironico e malinconico al classico uccello che porta i bambini. In questo caso, “triste” perché invece di portare neonati, dispensa storie, riflessioni e cultura in una società che spesso li trascura.